LA TEMPESTA PERFETTA

locandina del film La tempesta perfettaIl punto di vista di Francesco Pirrone

La credibilità della sinistra ha cominciato a declinare con la congiunta lettera d’intenti sulla riforma del mercato del lavoro di Blair e D’Alema, anche se i nodi sono venuti al pettine con la crisi del 2008. C’è stato poi un momento di rilancio di speranza con il congresso successivo alla vergogna dei 101: un gruppo di “anonimi” eletti del PD, che, in incognito e nascondendo la mano, hanno affossato tutte le candidature anti berlusconiane alla presidenza della repubblica. Dopo un tale evento tutti desideravano la rottamazione dei vertici di un partito che aveva dato un simile spettacolo di se. “Ecco perché dobbiamo cambiare verso. Anche al modo di affrontare l’emergenza lavoro, in un Paese in cui qualcuno aveva proposto di creare un milione di posti di lavoro, ma alla fine di quella storia il milione di posti di lavoro è in meno, non in più. Se toccherà a noi guidare il PD proponiamo di cambiare verso a questa discussione in modo molto netto. Vanno cambiati i centri per l’impiego, in un Paese dove si continua a trovare lavoro più perché si conosce qualcuno che perché si conosce qualcosa: la raccomandazione più che il merito.” Questo diceva sul lavoro la mozione congressuale con cui Renzi si prese il PD nel 2013. Ma poi è arrivato il Jobs Act e il ministro Poletti a spiegare che vale più il calcetto del curriculum, mentre il neoliberismo della terza via veniva potenziato anche rispetto al PD di D’Alema e, tra Marchionne e il sindacato, Renzi sceglieva Marchionne.

Non era questo il cambiamento di verso che si aspettava chi alle Europee aveva votato la “certezza” del PD, piuttosto che il salto nel buio del Movimento 5 Stelle. Un simile cambiamento di verso in una sinistra totalmente occupata dal PD, non poteva che coinvolgere nel discredito tutta la sinistra, anche quella radicale, tale a parole, ma poi sempre alleata del fratello maggiore e con un solo obbiettivo: mantenere in piedi il sistema proporzionale per garantire comunque una quota fissa di poltrone ai professionisti “radicali” della politica, senza modificarne la rilevanza e tantomeno modificare i contenuti della politica del centrosinistra.

E’ questo il contesto in cui è cresciuta l’antipolitica, l’avversione verso la casta che prosperava da destra fino alla sinistra estrema, mentre le condizioni sociali precipitavano. Il più grande partito della sinistra non voleva proporre un piano di governo che invertisse le tendenze e ridesse speranza al suo popolo e i suoi concorrenti di sinistra si proponevano come coscienza critica, ma non come alternativa di governo, impossibile peraltro da raggiungere con un sistema elettorale proporzionale.

La sinistra al governo piuttosto che curare un consenso in crisi cercava di blindare il suo esecutivo con la “deforma” costituzionale, contro cui si è riversata tutta la rabbia degli esclusi dal curriculum e dal “calcetto”. Insomma la sinistra è andata incontro ad una tempesta perfetta ed è affondata. Gli oppositori si sono divisi: da una parte chi ha cercato il capro espiatorio negli ultimi arrivati e ancora più disperati, dall’altra chi è andato all’assalto della “casta”, cioè dei corrotti e privilegiati delle poltrone perché le liberassero e in ogni caso non potessero più farne un duraturo mestiere lucroso. Quest’ultima pretesa ha impedito ogni rapporto con la sinistra minoritaria decisa a confondere un decaduto e inefficace mestiere della politica, con l’antica e pericolosa arte del rivoluzionario di professione di Lenin. Quello però rischiava la vita e la Siberia, questi vanno a caccia delle buone alternative economiche da garantire col sistema elettorale proporzionale, facendo delle poltrone elettive un mestiere alternativo ai mestieri ed alle professioni di tutti. Una tentazione tanto irresistibile da provocare salti della quaglia, come quello di Migliore (deputato di SeL riconvertitosi PD), o pelosi e sempre rifiorenti appelli unitari. Alla sconfitta il PD ha risposto facendo muro contro i nemici della “casta” e cavalcando con Minniti il blocco dell’immigrazione. Il risultato evidente è stato un rafforzamento della voglia di caccia all’immigrato e l’unificazione al governo delle due diverse opposizioni, mentre quella elettoralmente maggioritaria, divenuta “casta” essa stessa, si induceva a cavalcare le parole d’ordine della Lega per mancanza di altri nemici visibili da abbattere, che non fossero gli “invasori” immigrati.

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