La Resistenza settantatré anni dopo. Quale eredità dei Padri Costituenti, dei partigiani, dei militari che non si piegarono alla dittatura nazifascista?

Intervista con l’autore Massimo Recchioni di “Francesco Moranino. Il comandante Gemisto. Un processo alla Resistenza”.

Lo storico e scrittore Massimo Recchioni

A settantatré anni dalla Liberazione dalla dittatura nazifascista, a fronte di una crescita esponenziale nel nostro Paese di episodi di odio e intolleranza e prese di posizione dichiaratamente fasciste da parte di esponenti politici di estrema destra, in occasione della presentazione sabato 21 aprile prossimo a Cinisello Balsamo del libro “Francesco Moranino, il comandante Gemisto. Processo alla Resistenza” abbiamo chiesto all’autore e storico della Resistenza Massimo Recchioni perchè oggi parlare di Resistenza sia diventato più difficile.

“La Resistenza, complici diverse concause quali crisi, revisionismi, oltre a una corta Memoria storica e una sorta di autoassoluzione del nostro Paese dalle proprie colpe passate, finisce con l’essere percepito fenomeno «di parte». Insomma una cosa ben diversa dall’eredità politicoculturale che i partigiani e i militari che non si piegarono prima, i Padri Costituenti poi, ci avevano lasciato. Oggi questa nostra democrazia – spiega Recchioni – consente, allo stesso modo, di essere antifascisti e fascisti, a volte addirittura con una preferenza socioculturale per i secondi. In un altro Paese sarebbe stato possibile questo? Probabilmente sì, ma nell’Italia della «brava gente» e che lascia troppo spesso correre, questo fenomeno in teoria incomprensibile ha potuto attecchire meglio che altrove”.

A Recchioni abbiamo chiesto quali siano le ragioni del fenomeno che comunemente è conosciuto come revisionismo e che l’autore definisce «rovescismo».

“Le ragioni politiche che hanno consentito che tutto cambiasse nel breve arco di un settantennio sono molteplici, complicate e profonde. La Resistenza è infatti solo una parte della storia di un mondo che in realtà, ancor prima della fine della seconda guerra mondiale, si trovava già immerso nella guerra fredda che avrebbe per sempre spezzato il mondo. Quel periodo viene raccontato troppo spesso in un modo celebrativo ed «edulcorato». Questo tipo di narrazione è iniziato fin da subito – continua Recchioni – dalla fine degli anni Quaranta. Si è scelto di evidenziare le parti più belle e presentabili, tralasciando molti aspetti, ad esempio il fatto che si trattò di una vera e propria guerra, crudele e cruenta come ogni altra. Oggi ci accorgiamo che quel tipo di narrazione non ha portato molti frutti, anzi. È, pur se marginalmente, una delle cause che ha portato all’equiparazione, visto che tutti sparavano, come se la battaglia degli uni e degli altri fosse semplicemente figlia di una visione politica diversa. Eppure, come disse Giacomo Matteotti: «il fascismo non è un’opinione, ma un crimine». Quanto sembra lontana quell’affermazione!”

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1962, Cuba, Francesco Moranino con Che Guevara

Storie di partigiani sopravvissuti, quindi scomodi, quelle che Recchioni racconta rimuovendole dall’oblio nel quale il «rovescismo» le ha relegate. L’autore, infatti, afferma che non si possono equiparare le morti di chi lottò contro la dittatura nazifascista con le morti dei repubblichini, in larga parte non perseguiti per i crimini commessi bensì ampiamente riciclati a fine guerra nelle istituzioni, nei servizi segreti nazionali e internazionali.

“Storie fondamentali per capire come si sia potuti giungere dalla vittoria contro il nazifascismo alle percezioni equidistanti e/o indifferenti di oggi. Non si può decontestualizzare la Resistenza dal periodo storico nel quale si svolse; così come non si può comprendere l’Italia di oggi se si prescinde dalla situazione internazionale di allora e dalla mancata epurazione di coloro che si resero colpevoli dei crimini del fascismo. La storia del processo al partigiano Francesco Moranino – conclude Recchioni – primo parlamentare della storia della Repubblica a subire l’autorizzazione a procedere e all’arresto, è di per sé un’esaustiva metafora rappresentativa di quel periodo buio della nostra storia: i «vinti» di nuovo ai posti di comando, i «vincitori» vittime di ostracismi e persecuzioni”.

Poteva andare diversamente? È la risposta che l’autore cerca e documenta nei suoi libri. Un modo certamente fuori dal coro di «leggere», con rigorosa documentazione e sempre con i piedi per terra, quel glorioso periodo della nostra storia recente.

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